IO C’ERO: i Deep Purple raccontati da un ragazzo

 

pubblico

 

Grazie alla bella opportunità offerta dal Portale Giovani giovedì 22 luglio ho potuto partecipare al concerto di uno dei più grandi gruppi della storia del rock: i Deep purple, in occasione della loro esibizione allo stadio Mirabello proprio qui a Reggio Emilia. I loro primi album risalgono agli anni ’68-’70, quando nel mondo la cultura flower-power la faceva da padrona: essi rappresentarono un punto di rottura rispetto al suono e alla cultura dell’epoca, a causa del loro approccio più heavy che ha poi stimolato la nascita di generi come l’hard rock nel tempo a venire.
Siamo entrati nello stadio verso le ore otto, quando sul palco si stava già esibendo il primo gruppo spalla: tali One leg man, un gruppo crossover reggiano con delle sonorità a mio avviso troppo pesanti per essere compatibili con il suono dei big della serata. Si sono poi succeduti sul palco gli Octopus, un gruppo funky formato da soli tre componenti ma veramente notevoli in quanto a coesione, pacca, studio dei suoni; li ho apprezzati di sicuro maggiormente, nonostante suonassero un genere abbastanza diverso da quello degli headliner, per la loro freschezza, spontaneità, ritmo e ricerca di suoni particolari.

Mentre scendeva la sera lo stadio si stava pian piano popolando rispetto a come l’avevamo trovato al nostro arrivo, anche se mi sarei aspettato più folla per un nome del genere, mostrando una distribuzione variegata in quanto ad età e persone: parecchi giovani in tipico atteggiamento da concerto ma anche tanti cinquantenni che avevano approfittato dell’occasione per assistere allo spettacolo di uno dei gruppi che aveva probabilmente caratterizzato la loro adolescenza.

Finalmente si spengono e luci e i cinque che stavamo aspettando tutti con ansia salgono sul palco. La formazione attuale conserva solo tre dei componenti iniziali della band: Ian Gillian alla voce, Roger Glover al basso e Ian Paice alla batteria, mentre Blackmore è stato rimpiazzato alla chitarra da Steve Morse e Jon Lord alle tastiere da Don Airey. Il concerto si apre con Highway star, uno dei pezzi più famosi del gruppo, e già dal primo pezzo ci si accorge che la voce non è più quella di un tempo; mancanza compensata dall’impeccabilità tecnica degli altri componenti e dalla carica dei pezzi che a distanza di anni rimangono sempre molto potenti. Fa un po’ strano vedere cinque vecchietti che potresti vedere al bar di fianco a casa tua suonare con tanta grinta, certo non si può dire che il tempo abbia logorato le loro capacità musicali. Il concerto prosegue con altri evergreen del gruppo, come Fireball, Strange kind of woman, Perfect stranger, Space truckin’, intervallando qua e là l’esibizione con alcune parti solistiche dove i musicisti danno prova delle loro capacità. Il suono non è proprio quello di una volta, a causa sia del diverso chitarrista che da al gruppo un impronta leggermente più heavy e tecnicistica sia della voce che sembra comunque funzionare meglio via via che il concerto prosegue. Il tastierista, pur non essendo il membro originale del gruppo, sa sostenere brillantemente la sua parte, regalando grandi emozioni attraverso l’utilizzo dell’organo elettrico e dei suoi sintetizzatori, strumenti caratteristici che hanno sempre connotato il sound dei Deep purple che sotto questo aspetto sono stati precursori e innovatori. E’ in particolar modo grazie alla tastiera infatti che il gruppo riesce a spaziare tra vari stili senza dover rimanere ancorato al rock, passando da melodie classicheggianti a stacchi progressive che danno un valore aggiunto alla performance. Già si sono macinati molti pezzi quando la chitarra di Steve Morse attacca con uno dei riff più famosi della storia del rock: Smoke on the water, pezzo forse riduttivo rispetto alla poliedricità del gruppo, che rappresenta comunque un icona delle canzoni di questo genere. Il concerto sembra finito, ma i cinque tornano a uscire sul palco per regalare le ultime due chicche: Hush e Black night, che cerchiamo di gustarci al meglio consci che probabilmente sarà l’ultima volta che assisteremo a questo spettacolo.

In definitiva un concerto molto bello per gli appassionati del genere, musicisti favolosi che hanno saputo regalare anche una cornice ai vari brani, colorando l’esibizione con introduzioni studiate che si snodano per finire inevitabilmente sulle note conosciute. Certo i tempi di sex drugs & rock n’ roll sono molto lontani e un concerto dei Deep Purple nel 2010 in uno stadietto come il mirabello non sarà mai come negli anni settanta in Inghilterra, resta comunque da decidere se il rock debba per forza essere una filosofia e un modus vivendi più che un genere musicale.

Giovanni Riva

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